Essere Donna Consacrata

L’augurio che desidero porgere in questo anno dedicato dal SantoPadre, Papa Francesco, alla vita consacrata è proprio di realizzare pienamente ciò che siamo chiamati ad essere.

La nascita di Gesù ci doni di generare sempre più in noi quella bellezza singolare ed originaria e di mettere adisposizione il tesoro unico e prezioso che ogni vita umana possiede.

Sarà bello, a piccoli passi, ripercorrere insieme il cammino che ho scritto nel libro:

“Essere donna consacrata marianista per una generatività spirituale”

Essere donna consacrata marianista per una generatività spirituale, libro di suor Eddi Nessi

Chi fosse interessato ad approfondire alcuni argomenti, il libro è disponibile presso:

Scuola dell’Infanzia Maria Immacolata
Via Santuario, 71
35031 Monteortone di Abano Terme (Padova)

oppure può essere richiesto compilando questo modulo.

Il prezzo consigliato è di 12 euro.

Ecco dall’indice i vari passaggi che verranno sinteticamente presentati un po’ alla volta 🙂

ESSERE DONNA

1.1 Antropologia filosofica
1.1.1 Il pensare la differenza
1.1.2 Il valore della differenza
1.2 Antropologia biblica
1.2.1 La donna nella Bibbia: lo statuto creaturale
1.2.2 Alcune figure femminili dell’Antico Testamento
a) Sara
b) Rebecca
c) Lia e Rachele
1.2.3 Maria di Nazaret
1.3 Antropologia psicologica
1.3.1 Psicologia della donna: alcuni criteri base
1.3.2 Ciò che è tipico della personalità della donna
1.3.3 Modalità femminili di essere nel mondo
a) Lo spazio (livello psico-sociale)
b) La vita
c) Il nutrimento
d) Lo spazio (livello spirituale-razionale)
e) La vita
f) Il nutrimento

ESSERE DONNA CONSACRATA

2.1 UNO STILE DI VITA CONSACRATA
2.1.1 Quale identità per la donna consacrata in una situazione di cambiamento culturale?
2.1.2 Reciprocità : un nuovo modello di vita consacrata
2.1.3 Motivi per la consacrazione
2.1.4 Modelli di femminilità
2.2 CONTENUTI DELLA VITA CONSACRATA
2.2.1 I voti
a) Povertà evangelica
b) Verginità consacrata
c) Obbedienza religiosa
2.2.2 Vita Comunitaria
2.2.3 La preghiera al femminile
2.2.4 La dimensione ascetica

ESSERE DONNA CONSACRATA MARIANISTA

3.1 I Fondatori della Famiglia Marianista
3.1.1 Beato Guglielmo Giuseppe Chaminade
3.1.2 Venerabile Maria della Concezione
3.1.3 Originalità del carisma
3.2 Maria sotto la croce
3.2.1 La Passione: Via Crucis, Crocifissione e deposizione nel sepolcro (Gv 19, 16b – 42)
3.2.2 La struttura della scena
3.2.3 Principali motivi conduttori giovannei
3.2.4 Gv 19, 25–27:la Madre di Gesù e il discepolo prediletto
3.2.5 Uno sguardo alla storia dell’interpretazione di Gv 19, 25–27
3.2.6 Contesto messianico ed ecclesiologico dei versetti 25–2
Parallelismo con la scena della nozze messianiche
La stretta unione con la scena della tunica “indivisa”
Rapporto con la pericope seguente (soprattutto con il versetto 28)
3.2.7 Esegesi ed interpretazione
Le parole di Gesù
Il discepolo cheGesù amava
La Madre di Gesù e la nuova comunità messianica
I. Il titolo di donna
II significato personale e significato ecclesiologico
III. Madre e archetipo della chiesa
IV Il versetto 27b
3.2.8 Il “volto mariano” della Chiesa
3.2.9 La Mediazione di Maria
3.3 Essere donna consacrata per prolungare la sua materna carità
3.4 Essere madre spirituale
3.4.1 Essere donna eucaristica (partecipazione alla maternità sacramentale)
3.4.2 Essere donna feconda nelle opere di Dio (partecipazione alla maternità spirituale)
3.4.3 Per una maternità spirituale a servizio dei giovani
3.4.4 Donna testimone della risurrezione
CONCLUSIONE

ESSERE DONNA

Antropologia filosofica: Il pensare la differenza

“Il pensare la differenza accogliendo l’originario differire dell’uomo e della donna, cioè la loro reciproca alterità va intesa come reciproco rapportarsi di due soggettività e significa affermare l’impossibilità di ricondurre ad un unico modello la molteplicità delle posizioni e dei punti di vista; la differenza non è un prodotto sociale non si costituisce in atteggiamenti non è un prodotto del pensiero ma il pensiero la trova già. In questo senso possiamo dire che qui troviamo il limite del pensiero ma anche il suo compito ossia il riuscire a cogliere il senso di tale differenza”.

 Nel proporvi  una lettura approfondita se lo si desidera, possiamo intanto considerare questo primo passaggio cioè accogliere la differenza.

Molto spesso cadiamo nella trappola dell’incomprensione, semplicemente perché non “PENSIAMO” la differenza….

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 Testo integrale

INTRODUZIONE

E’ sempre bello e costruttivo avere la possibilità di fermarsi a riflettere su ciò che costituisce il nostro vissuto quotidiano. Ciò diviene ancora più significativo se fatto alla luce di quanto la Sacra Scrittura e il Magistero ci propongono.

Il presente lavoro è nato dalla consapevolezza, maturata nel corso degli anni, dell’importanza del ruolo femminile in ambito educativo, familiare, ecclesiale ecc. e dal desiderio di scoprire se vi fosse in qualche modo una specificità femminile da evidenziare, da trasmettere, da coltivare, da proteggere in situazioni denigratorie che in diversi ambiti sono tuttora presenti.

Il tema della «donna» è estremamente complesso. Le situazioni e condizioni di vita tanto differenti di tutte le donne del mondo contribuiscono a relativizzare l’idea di un’«essenza» o «natura» femminile. Infatti, grazie all’influenza dell’antropologia culturale, quando si affronta il tema da una prospettiva teologica cristiana, l’interesse si incentra oggi soprattutto su situazioni e condizioni concrete di vita delle donne del mondo, nella società e/o nella Chiesa.

Nonostante esista da sempre la consapevolezza più o meno lucida della condizione di inferiorità sociale in cui è vissuta la donna, a volte, le stesse donne evitano di affrontare il cambiamento che risulta scomodo anche a loro. Comunque, inevitabilmente, nelle generazioni più giovani si verificano cambiamenti in modo spontaneo, e a poco a poco lo stesso vocabolario denota l’evoluzione sociale; si parla infatti più di collaborazione che di subordinazione e di mutualità più che di complementarietà.

Nel 1975, Anno Internazionale della donna, l’Assemblea convocata dalle Nazioni Unite in Messico a questo proposito, ha riunito donne di tutto il mondo con le posizioni ideologiche, politiche e religiose più diverse, però tutte disposte, come donne, a intraprendere insieme una riflessione e un lavoro a favore dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace. Al di là di tutte le differenze c’era qualcosa che consentiva di parlare un linguaggio comune: l’essere donna e avere l’esperienza di esserlo.

Lo stesso papa Paolo VI, a chiusura del Concilio Vaticano II, rivolse un messaggio esplicito alle donne. Era la prima volta nella storia che un papa in occasione di un concilio ecumenico indirizzava un messaggio alle donne. Questo fatto di per sé, indipendentemente dal contenuto del messaggio, costituisce una sollecitazione impressionante, il segno di riconoscimento di un’urgenza. Le sue parole infatti volevano trasmettere la necessità di un interesse particolare verso la donna in un momento in cui l’umanità sta attraversando momenti di grande trasformazione e lo stimolare la donna, sostenuta dallo spirito evangelico, ad operare per contrastare la decadenza dell’umanità.

Nel pontificato di Paolo VI, un altro punto di riferimento è l’esortazione apostolica: Marialis Cultus del 1975. Per la prima volta nella storia del culto mariano si fa esplicitamente menzione al fatto che nel culto di Maria possono esserci degli aspetti erronei. Egli offre quindi i criteri per una rettifica, e tra questi insieme ai criteri ecumenico, liturgico e biblico, appare il criterio antropologico: Maria è vista come una donna.

Giovanni Paolo II sembra avere una spiccata predilezione per questo aspetto che articola in estese considerazioni sul significato antropologico della teologia del corpo, in una prospettiva fenomenologica che risulta innovativa nell’ambito della dottrina ufficiale della Chiesa. Il suo insegnamento, sotto questo aspetto, appare a partire dal 15 settembre 1979 nella sua serie di catechesi settimanali sulla creazione e si protrae nel corso di cento udienze, con interruzioni tematiche dovute ai suoi viaggi, fino al 1983. Speciale considerazione merita l’enciclica Dives in Misericordia, in cui il papa usa un linguaggio antropomorfico femminile per riferirsi a Dio, facendo ricorso ad elementi della lingua ebraica e dell’interpretazione simbolica. Il 15 Agosto 1988  in occasione della conclusione dell’Anno mariano, Giovanni Paolo II pubblica la Lettera apostolica sulla dignità e la vocazione della donna: Mulieris Dignitatem.

Nel quadro della vastissima tematica relativa alla donna, sono queste e altre sollecitazioni che provengono proprio dal contesto attuale, che, a mio parere, hanno in sé un chiaro appello a considerare questa dimensione.

Il presente lavoro, quindi vorrebbe approfondire la dimensione dell’essere donna sotto tre diverse angolature: nella prima emerge la ricerca di un’antropologia specifica dell’essere femminile  a livello filosofico, biblico, psicologico.

La seconda angolatura analizza l’essere donna consacrata.

Anche questa dimensione è estremamente rilevante se consideriamo che, nella Chiesa, esprime l’intima natura della vocazione cristiana cioè la tensione di tutta la Chiesa-sposa verso l’unione con l’unico sposo. Sono proprio le attuali  difficoltà che non pochi istituti incontrano in alcune regioni del mondo che stimolano ad attivare un percorso di rinnovamento alla ricerca della vera identità della consacrazione femminile.

In questi anni la vita consacrata sta attraversando un periodo delicato e faticoso; non sempre i vari tentativi di impegno e slancio volgono a buon fine ecco perché è necessario pregare, riflettere e divenire donne dal cuore interrogante che sanno porsi in ascolto di Dio e sanno vivere la dimensione della relazionalità a pieno campo. E’ necessario essere donne con il cuore di Dio, felici di avere incontrato il Signore della propria vita e donne capaci di seminare nel cuore dell’uomo quella nostalgia di una sovrana bellezza che solo nell’intima unione con Lui è realizzabile. E’ necessario essere donne che hanno lo sguardo fisso su Gesù  per  avere così la forza e il coraggio di superare le contraddizioni dell’esistenza senza che queste deprimano e assorbano energie ed entusiasmo.

Infine la terza parte vuole approfondire una dimensione specifica dell’istituto religioso al quale appartengo: una dimensione che mi ha entusiasmato fin dal primo momento e che ne ha determinato un coinvolgimento dell’intera esistenza.

Nell’incontro con la realtà di Maria nella Chiesa ossia la sua divina maternità è insita per ogni donna, una chiamata speciale di cui la maternità fisica ne è segno. La donna è chiamata a partecipare in modo attivo e globale alla generazione dell’uomo che non muore ossia l’uomo spirituale. I fondatori che fin dall’inizio erano ben consapevoli di tale missione lasciano a noi questa brillante eredità che interpella ad unirci strettamente a Cristo per avventurarci con Maria nella realtà generativa di vita nello Spirito.

Il lavoro svolto vorrebbe proporre un’analisi abbastanza sistematica della maternità spirituale ma porta in sé il limite della vastità del tema.

Ho cercato comunque, in ogni capitolo, di approfondire la dimensione biblica soprattutto nella terza parte per garantirne il fondamento solido della Scrittura; ecco perché l’analisi della pericope di Giovanni 19,25-27 che si riferisce a  Maria ai piedi della croce, non è più narrativa ma strutturale.

Personalmente sono convinta che i doni di Dio sono irrevocabili e a ciascuno è data una missione originale, un carisma. Alla donna è stato affidato l’uomo, diceva ancora Giovanni Paolo II e forse oggi alle donne  è chiesto con urgenza di andare alle sorgenti della propria identità e nel profondo della propria vita incontrare il Signore della vita per poi essere canali di generatività in un mondo che presenta notevoli segni di morte.

Forse è necessario che ogni  donna prenda sempre più consapevolezza che le è propria una maternità spirituale cioè la trasmissione del senso dell’esistenza dove è garantita una meta in virtù della quale ha senso imparare a svolgere nel migliore dei modi ogni impiego.

Inoltre la strada maestra del senso esistenziale è data dalla capacità di dono gioioso, fedele, gratuito.

E’ la  chiamata ad essere la donna forte del vangelo che fa di ogni occasione un’opportunità per comunicare la gioia di una vita spesa per la vita.

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ESSERE DONNA

L’essere donna. Tale questione si presenta in tutta la sua importanza e attualità Le tematiche connesse alla sua identità richiedono un approccio interdisciplinare, ecco perché ci sarà un approfondimento sotto diverse angolature antropologiche. La prima è quella filosofica, poi quella biblica seguita da quella  psicologica. Tutto ciò ha lo scopo di evidenziare l’emergere di alcune caratteristiche che fanno come da fondamento all’essere donna.

Antropologia filosofica

In questo primo paragrafo si indagherà sui fondamenti filosofici a livello ontologico dell’essere donna cioè sul suo essere in quanto essere al di fuori delle sue determinazioni particolari.

1.1.1 Il pensare la differenza

Una lettura di tipo filosofico, permette di attingere a quel livello ontologico in cui si radica il significato propriamente umano della differenza donna- uomo e, quindi, della loro identità evitando riduzionismi unilaterali.

Risulta evidente che in una tale lettura volta al fondamento, non vi può essere alcuna scissione tra l’indagine sull’identità femminile e quella sull’identità maschile, poiché entrambe costituiscono un’unica e medesima ricerca di ciò che fonda l’identità della persona nella concretezza della sua esistenza.

Giorgia Salatiello, professoressa della Pontificia Università Gregoriana, si è inoltrata nella problematica della differenza, nella ricerca sul fondamento che, oltre all’ambito antropologico, cerca il fondamento della “differenza” nella metafisica. Ci si può quindi chiedere, se è possibile, al di là della descrizione fenomenologica delle sue manifestazioni, della differenza donna-uomo, cogliere un fondamento grazie al quale sia affermabile la costitutiva originarietà della differenza stessa. Si tratta in altre parole di chiederci se la differenza possa essere pensata non tanto come differenza da… ma piuttosto come differenza di due identità positive[1].

La Salatiello attraverso alcuni dei migliori testi sulla differenza in campo femminista pone in evidenza l’insufficienza dei modelli classici per pensare questa specifica differenza. A titolo esemplificativo Irigaray Luce afferma:«La filosofia occidentale, forse ogni filosofia, si è svolta a partire da un soggetto unico. Per secoli, non si è immaginato che potessero esistere soggetti diversi e che, più in particolare, l’uomo e la donna potessero essere soggetti differenti»[2].

Il modello dell’uno identico a sé, non lascia il posto per un altro ma solo per un molteplice che è solo una copia rispetto all’uno quindi gerarchicamente inferiore e privo di una autonoma consistenza ontologica perciò il riconoscimento della differenza è un passaggio molto importante e decisivo.

«Per uscire dal modello onnipotente dell’uno e del molteplice, è necessario passare al due, un due che non sia due volte uno stesso, nemmeno uno più grande e uno più piccolo, ma che sia fatto di due realmente diversi. Il paradigma di questo due si trova nella differenza sessuale ».[3]

E’ questa una prospettiva che amplia l’orizzonte che rende la differenza oggetto del pensiero e che porta a fondare in modo chiaro, da un punto di vista epistemologico ed ontologico, la riflessione sulla donna, una sua assenza inoltre porterebbe a considerare irrilevanti e secondarie tutte le concrete diversità che vi sono tra i singoli. Ancora Luce Irigaray sottolinea che la filosofia dovrà riconoscere che esistono due soggetti e che la ragione deve misurarsi con la realtà e con l’essere di questi due soggetti nelle loro dimensioni orizzontali e verticali.[4]

Il pensare la differenza accogliendo l’originario differire dell’uomo e della donna, cioè la loro reciproca alterità va intesa come reciproco rapportarsi di due soggettività e significa affermare l’impossibilità di ricondurre ad un unico modello la molteplicità delle posizioni e dei punti di vista; la differenza non è un prodotto sociale non si costituisce in atteggiamenti non è un prodotto del pensiero ma il pensiero la trova già. In questo senso possiamo dire che qui troviamo il limite del pensiero ma anche il suo compito ossia il riuscire a cogliere il senso di tale differenza. Cavarero Adriana sostiene: «Solo il pensiero, infatti, con la sua concettualizzazione e con la sua attività simbolica trova il significato dell’umano differire, ma può farlo perché quest’ultimo “si offre” come “esserci già”che, rispetto alla riflessione, rivendica una priorità non solo logica, ma reale, riguardo alla quale non rimane alcun spazio per la creazione dell’oggetto, ma soltanto per la scoperta del senso che esso possiede ed esibisce».[5]

Non si tratta di elaborare una teoria filosofica della differenza ma ciò che è prioritario, anche se più limitato, è l’individuazione delle condizioni che permettono di pensare la differenza senza ricondurla, per ciò che attiene alla sua specificità, alle sole dimensioni biologiche che, in quanto tali, risultano teoreticamente irrilevanti, senza coglierla come una delle molteplici situazioni nelle quali l’Altro si manifesta senza, però, rivelare nulla di sé al di là della sua stessa alterità. Seguendo questa via, il piano epistemologico presuppone l’apertura a quello ontologico dove la differenza tra la donna e l’uomo e dunque le loro identità possano essere colte originariamente allo stesso livello in cui si manifesta il valore assoluto della persona.

Si tratta di presentare la struttura costitutiva della persona.

La persona è, tra gli esistenti finiti, il più perfetto (Tommaso D’Aquino, S. Th, I Pars. q.29,a.3, c.) e la distingue quella che una consolidata tradizione filosofica indica come “natura razionale”.

La capacità di illimitata apertura dell’intelletto e della volontà al mondo, all’altro, all’Assoluto e la implicita coscienza di sé che è ontologica prima che intenzionale, rende la persona umana depositaria di un valore assoluto e non soggetta a determinismi di semplici forze naturali.

Perciò Giorgia Salatiello, nel suo articolo riguardante lo statuto ontologico dell’identità femminile e maschile evidenzia in modo chiaro il nucleo fondante:

«… si deve porre al centro dell’indagine ciò che appare come il nucleo irriducibile e costitutivo della persona, per il quale essa si rivela come infinita apertura all’essere. Tale infinita apertura all’essere, infatti, risulta ontologicamente fondamentale e fondante, poiché proprio per essa la persona si caratterizza come indefinita capacità conoscitiva e concomitante coscienza di sé che in ogni atto di conoscenza e di esperienza dell’altro da sé, coglie insieme sé stessa come soggetto inoggettivabile di tale atto medesimo, il quale, pertanto, risulta sorgivo anche rispetto alla volontà ed alla libertà come umane possibilità di scelta e di amore, che sono tali in quanto si radicano in un soggetto capace e cosciente di esse».[6]

La dimensione conoscitiva–coscienziale assunta nella sua centralità ha ricondotta in sé anche la differenza di genere nella sua identità femminile o maschile in un reciproco rapportarsi di un “io” e di un “tu”. Va ricordato quindi che non è la relazione che fonda l’identità poiché l’identità è personale e manifesta, in altre parole non si può prescindere dalla dimensione della corporeità sempre sessualmente differenziata che si offre già nella sua concretezza. Vi è quindi l’indisgiungibile unità di spirito e corpo che apre alla conoscenza umana razionale o intuitiva della persona realmente esistente.

Ma il nucleo ontologicamente fondante per il quale la persona può dirsi tale distinguendosi da qualunque altro esistente finito, dotato di sensibilità e di attività psichica, (poiché la percezione e, quindi la corporeità da essa indisgiungibile, sebbene indispensabile per l’esercizio degli atti personali, non ne costituisce però , l’elemento caratterizzante che possa conferire loro valore e significato), è l’indefinito movimento della coscienza, per il quale in ogni conoscenza ed esperienza, percettivamente mediate, attinge non soltanto il proprio termine intenzionale, ma, se stessa, ponendosi come autocoscienza [7].

Nella stessa linea si colloca il pensiero di Giovanni Magnani, professore emerito di filosofia della Pontificia Università Gregoriana, egli a questo aggiunge che l’Io può cogliere nell’esercizio delle sue facoltà di intelligenza se stesso come radice d’intelligenza, volontà, libertà: in una parola la propria natura di persona.[8] Egli definisce l’autocoscienza come “il collante strutturale o il fondamento ultimo interno alla persona”[9]

Padre Magnani riflettendo ulteriormente sull’autocoscienza si ispira al pensiero di J. B. Lotz il quale a sua volta afferma che questa consapevolezza mentre, per una originaria riflessione, rivela la persona a se stessa, è anche autotrascendimento con il quale, seppure sempre imperfettamente, si coglie l’essere come fondamento assoluto che, nella sua trascendenza, è anche la più intima sorgente di ogni capacità propriamente personale.[10]

Giorgia Salatiello afferma che la stessa relazione interpersonale nella quale, in un reciproco riconoscimento, ciascuno acquista consapevolezza della propria e dell’altrui identità di genere, infatti, è ultimamente possibile solo perché, per questo interiore rapportarsi all’essere, la persona si costituisce come un ente che è relazionale ontologicamente, prima ancora che intenzionalmente.[11]

Joseph De Finance, uno dei più rappresentativi e validi esponenti di quella filosofia aperta al confronto con le correnti maggiormente significative del pensiero contemporaneo, rivendica l’esigenza e l’effettiva possibilità dell’apertura della conoscenza sull’orizzonte metafisico fondante. Egli afferma: «Esaminiamo, per cominciare, come, concretamente, si presenta a noi l’alterità»[12].

L’analisi di tali modalità è l’obiettivo dell’opera di J. De Finance da cui è tratta l’indicazione, ora citata, della pista da percorrere e, sebbene in questo contesto la differenza sia affrontata in una sezione estremamente succinta (pag. 18 – 19), l’approccio dell’Autore offre un quadro di riferimento che può essere assunto per rendere ragione dell’evidenza esperienziale con la quale la coscienza della propria appartenenza di genere è sempre indisgiungibile da quella della differente appartenenza dell’Altro/a. La differenza, afferma Giorgia Salatiello, esprime un’opposizione irriducibile, implicita nella sua stessa pensabilità, ma questa irriducibilità, che, in quanto tale, è certamente alterità, non può essere eterogeneità assoluta, (radicale estraneità), poiché l’impossibilità di porre uno dei due opposti, prescindendo dall’altro, afferma una sottesa identità, condizionante l’opposizione medesima.[13]

La domanda implicita in tale analisi è quella che Geneviève Fraisse pone: “Il pensiero dell’alterità non è forse la possibilità di legare insieme l’identico e il differente?”[14]

L’alterità nel suo concreto manifestarsi è inconcepibile senza il rinvio ad un livello ontologico più profondo in cui identità ed opposizione, cioè differenza, solo nel loro nesso intrinseco, sono rivelative dell’essere dei due differenti.[15]

Possiamo quindi considerare che l’alterità è indubitabilmente espressione di opposizione, ma con altrettanta evidenza costituisce una relazione che è pensabile nella comunanza a livelli così profondi da lasciare intatta la dimensione della pluralità.

L’alterità dei soggetti differenti è originariamente situata nel nucleo più profondo dell’essere stesso, ovvero in quella identità umana che esiste solo nella differenza delle due appartenenze e nella loro relazione in cui ciascuno si afferma opponendosi all’Altro/a che, in tal modo, è affermato allo stesso livello ontologicamente originario, precisamente mediante e nella opposizione.[16]

La differenza caratterizzante ogni alterità attraversa l’essere umano tutto intero, carne e spirito cioè attraversa gli stessi principi metafisici reali per i quali entrambi i generi sono identicamente umani.

In questo orizzonte dove la differenza si colloca in un’identità che non è il risultato di una relazione omologante ma anzi escludente appunto l’omologazione, ogni incontro intersoggettivo si presenta come una manifestazione dell’alterità di una identità umana che, aprendosi all’assoluto dell’essere, media la relazione di alterità che si costituisce fra i due soggetti dove il Tu esplicita simultaneamente il suo essere identicamente umano e il suo essere differente.

[1] SALATIELLO G., Donna-Uomo Ricerca sul fondamento, Grafitalica, Napoli, 2000.

[2] IRIGARAY L., La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino, 1994 109.

[3] IRIGARAY L., La democrazia comincia a due, 115.

[4]Cfr. IRIGARAY L., Essere due, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, 45.

[5] CAVARERO A.,Per una teoria della differenza sessuale,in AA.VV.,Diotima.Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano ,1987,p.76.

[6] Cfr.SALATIELLO G., Identità femminile e maschile. Lo statuto ontologico, in Studium, 5 (1996), 681.

[7] Cfr. SALATIELLO G., Identità femminile e maschile. Lo statuto ontologico, 683.

[8] Cfr. MAGNANI G., Autocoscienza e riflessione tra analisi psicologica e indagine filosofica, in Ricerca psicoanalitica,2 (1993),103.

[9] MAGNANI G., Autocoscienza e riflessione tra analisi psicologica e indagine filosofica ,.97

[10] Cfr. LOTZ J.B., Esperienza trascendentale, trad. it. Vita e Pensiero, Milano 1993

[11] Cfr. SALATIELLO G., Identità femminile e maschile. Lo statuto ontologico, .683-684

[12] DE FINANCE J., De l’un et de l’autre. Essai sur l’altérité, PUG, Roma, 1993, .3

[13] SALATIELLO G., Donna-Uomo. Ricerca sul fondamento, Grafitalica Napoli, .99.

[14] FRAISSE G.,La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri ,Torino, 1996, 110.

[15] DE FINANCE J., De l’un et de l’autre. Essai sur l’altérité ,.1.

[16] SALATIELLO G., Donna-Uomo. Ricerca sul fondamento , .112.

Antropologia filosofica: Il valore della differenza

a3

 

Eccoci all’appuntamento con il secondo e ultimo passaggio filosofico cioè l’affermazione della centralità della persona e della  sua ricchezza.

E’ un  percorso che ci libera dall’appiattimento per dar dignità e valore alle diverse forme di differenza.

“…Seguendo una filosofa del Novecento, Edith Stein, possiamo sostenere che l’essenza dell’essere umano si realizza in due modi differenti, in una specie virile ed in una specie muliebre, che trova diverse modalità per realizzarsi. A questo punto può essere utile riportare le analisi di Edith Stein che ha approfondito le caratteristiche relative alla femminilità . Ella infatti afferma che ogni donna è madre, o madre potenziale, è orientata verso tutto ciò che è concreto, vivo e personale, presenta una propensione per l’organico, per l’individuale ed è sempre attenta verso tutto ciò che cresce e si sviluppa. Inoltre per un intimo bisogno materno è portata a proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere. La cosa che non ha vita le interessa soltanto nella misura in cui serve al vivente e alla persona. L’astrazione non appartiene alla sua natura perché per lei è fondamentale la tutela di ciò che è vivo e personale nella sua completezza e tende ad equilibrare tutte le proprie energie. Inoltre, il suo modo naturale di conoscere non è tanto concettuale ma contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto[1].”

Nel proporvi  una lettura approfondita se lo si desidera, possiamo intanto considerare questo secondo passaggio cioè valorizzare la differenza.

Testo integrale ESSERE DONNA

1.1.2.Il valore della differenza

a2

La differenza della donna e dell’uomo può essere affermata in quanto risorsa umana fondamentale?

Seguendo questa pista vengono così a tratteggiarsi gli elementi caratterizzanti di un nuovo paradigma applicabile a tutte le forme di disparità e di discriminazione sociale.

In effetti, la relazione uguaglianza/differenza vuol dire qualcosa di più rispetto alla relazione uguaglianza/disuguaglianza, fondata sulla logica formale. Nella prima relazione, differenza vuole infatti indicare quel qualcosa di proprio, originale/originario che, in quanto non omologabile e non riducibile, costituisce risorsa.

Tutto ciò, se da un lato realizza un’azione di rottura nei confronti delle chiare e distinte strutture di pensiero poste dalla logica formale, dall’altro apre la via, su piani diversi, all’accoglienza, alla valorizzazione delle diverse forme di differenza, assegnando loro piena cittadinanza:culture, religioni, razze, etnie, handicap.

Si evidenzia, così, e si riafferma la centralità della persona in tutte le sue diverse articolazioni e dimensioni e si chiarisce che essa, in quanto tale, non è un astratto neutro, ma comprende in sé, nell’ “unità dei due”, la ricchezza di due soggetti differenti, ognuno irriducibile all’altro, nell’ambito di una “condizione umana … e una e indivisibile”. Emerge tuttavia anche che l’originaria e originale differenza, che comprende un’altrettanto originaria e originale uguaglianza di valore e di dignità “nella comune umanità”, esclude ogni apertura verso l’appiattimento di un egualitarismo omologante e verso ogni forma di interscambiabile equivalenza.

Ci troviamo di fronte ad una differenza di genere, ad una diversità tra essere uomo ed essere donna che lascia emergere modalità differenti di sentire, di guardare, di pensare, di progettare il mondo. Di tale diversità lungo i secoli non si è tenuto conto, perché, come già è stato detto, si è sempre pensato che il soggetto fosse uno, con caratteristiche e peculiarità tutte maschili. E quando la differenza si è manifestata nel femminile è stata ritenuta inferiorità. Ciò è dovuto alle modalità con cui si è configurata la relazione tra i sessi in Occidente, che poi si è tradotto in un pensiero filosofico che ha negato la possibilità di un soggetto donna e dunque anche di tutto quanto era vicino alla vita, al concreto, perché ritenuto secondario, non degno di essere indagato.

Un differente approccio alla vita, al pensiero, nasce, dunque, da una diversità antropologica che non è solo di carattere fisico, ma è soprattutto spirituale. Del resto l’essere umano è una unità psicofisica e spirituale, per cui anche la differenza fisica non può non avere delle ricadute sull’aspetto spirituale , altrimenti ci troveremmo di fronte degli esseri umani scissi in corpo e spirito il che non corrisponde all’esperienza che facciamo di noi stessi e degli altri.

E allora seguendo una filosofa del Novecento, Edith Stein, possiamo sostenere che l’essenza dell’essere umano si realizza in due modi differenti, in una specie virile ed in una specie muliebre, che trova diverse modalità per realizzarsi. A questo punto può essere utile riportare le analisi di Edith Stein che ha approfondito le caratteristiche relative alla femminilità . Ella infatti afferma che ogni donna è madre, o madre potenziale, è orientata verso tutto ciò che è concreto, vivo e personale, presenta una propensione per l’organico, per l’individuale ed è sempre attenta verso tutto ciò che cresce e si sviluppa. Inoltre per un intimo bisogno materno è portata a proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere. La cosa che non ha vita le interessa soltanto nella misura in cui serve al vivente e alla persona. L’astrazione non appartiene alla sua natura perché per lei è fondamentale la tutela di ciò che è vivo e personale nella sua completezza e tende ad equilibrare tutte le proprie energie. Inoltre, il suo modo naturale di conoscere non è tanto concettuale ma contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto[2].

Queste differenze di genere non sono secondarie né da ritenersi superflue, in quanto sono differenze essenziali, riguardanti cioè la struttura dell’essere umano. Se si vuole capire chi sia l’essere umano è necessario individuare le differenze di genere che, però, non devono assolutamente far pensare ad una differenza tale da non essere possibile alcuna comunanza di caratteristiche perché: «Nessuna donna è solo donna; ciascuna ha le proprie inclinazioni e i propri talenti naturali come gli uomini, e questi talenti la rendono atta alle varie attività professionali di carattere artistico, scientifico e tecnico. In linea di massima, la disposizione individuale può orientare di preferenza verso qualsiasi campo, anche quelli che sono di per sé lontani dalle caratteristiche femminili».[3]

La differenza sessuale, allora, è anche indice di una diversa modalità di sentire, di relazionarsi agli altri, al mondo, alla stessa natura. In fondo ogni donna è potenzialmente madre, ha un rapporto con la natura più profondo rispetto all’uomo e ciò le consente di essere più vicina al vivente, al personale, come è già stato sottolineato, ed è ciò che segna la differenza e che ha una ricaduta fondamentale sull’aspetto spirituale.

Indagare tutto questo universo spirituale, il riflettere, in fondo, come ritiene la Stein, non mortifica la vita ma dà voce ad un modello che scaturisce dal sentire personale e dal proprio essere.

Quindi nel considerare l’essere donna, riassumendo, possiamo dire che l’analisi filosofica punta, sulla differenza intesa come risorsa alla quale attingere per una formazione dell’identità e anche come valore capace di offrire dimensioni più specifiche. Queste dimensioni se opportunamente pensate e valorizzate sono capaci di contribuire ad  un maggiore sviluppo della persona stessa.

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[1] Cfr. STEIN E., La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, tr. it. di O. M. Nobile Ventura. Pref. di A. Ales Bello, Edizioni Martello Libreria su concessione di Città Nuova, Milano, 1998,.36

[2] Cfr. STEIN E., La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, tr. it. di O. M. Nobile Ventura. Pref. di A. Ales Bello, Edizioni Martello Libreria su concessione di Città Nuova, Milano, 1998,.36

[3] STEIN E., La donna .Il suo compito secondo la natura e la grazia,. 41.

Antropologia biblica:

La donna nella Bibbia: lo statuto creaturale

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Ed ora approdiamo all’interno della Bibbia dove scopriremo meraviglie. La prima è che nei libri sacri non troviamo parole morte ma parole vive capaci di …nutrire …

La seconda meraviglia è il testo della Genesi dove si narra la Creazione.

Qui l’essere donna è presentato nella sua verità più bella :

  • ogni donna è creatura di Dio;
  • è costituita a sua immagine;
  • inoltre la donna come l’uomo è l’unica tra tutti gli esseri del cosmo ad essere interlocutrice di Dio.

Tale dignità ci porta a considerare il grande valore di ogni persona.

Si può dire inoltre che la grande dignità della donna si esprime in un corpo dotato di una sua specificità.

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Testo integrale: ESSERE DONNA

1.2 Antropologia Biblica

Il modo nativo di concettualizzare e di ragionare dei libri sacri è pregnante della realtà a cui si riferisce, la parola non è vuoto ideogramma, ma denso ontogramma: nell’opera divina si dà una reciprocità dinamica tra parola e fatto,dove la parola rivela la corrispondenza del fare all’essere e il fatto conferma la corrispondenza della parola alla verità che fonda l’essere. Nei libri sacri il credente non trova parole morte ma parole vive, da custodire, capaci di nutrire spiritualmente. Nelle limpide acque della Rivelazione, in Dio, noi vediamo noi stessi con sguardo puro e genuino. E’ per questo che anche per ciò che riguarda il tema dell’essere donna è bene attingere alle fonti della Sacra Scrittura.

 1.2.1 La donna nella Bibbia: lo statuto creaturale

La seguente analisi si basa sullo studio di Nicolò M. Loss del tema biblico della donna e del matrimonio, orizzonte della lettera apostolica “Mulieris Dignitatem[1]

Il tema letterario e dottrinale della donna nella Bibbia è presente dai testi iniziali –“racconto della creazione” (Gn 1,1-2,4a ) e “racconto delle origini” (Gn 2,4b-4,26), dov’è unito con il tema del matrimonio (Gn,2,20-25), e la percorre, pur restando sommerso per lunghi tratti, fino al termine dell’Apocalisse. Un fatto letterario eloquente è che il doppio tema della donna e del matrimonio include l’intero corpo biblico, da Gn 1,26-27 e 2,20-24 ad Ap 22,17.

Nel racconto della creazione la donna è progettata e creata da Dio come culmine della sua opera creatrice. Nel testo essa è detta “femmina” (Gn 1,27) in riscontro al “maschio”, con il quale condivide a pari titolo la condizione di immagine di Dio a lui somigliantissima. Non si tratta della prima coppia umana, ma dell’umanità nel suo insieme come risalente a uno speciale disegno divino, il più alto nella creazione, della quale il genere umano è il termine sommo, signore dopo Dio (Gn 1,26.28).

Il racconto delle origini presenta invece la “Donna” come data da Dio quale “aiuto alla pari” (Gn 2,18.20-24) per “l’Uomo” (Gn 2,7). Mentre agli animali l’Uomo impone il nome affermandosi ad essi superiore, alla Donna che gli è pari non impone il nome,. la riconosce: «Questa volta sì è osso dalle mie ossa e carne dalla mia carne (come a dire un altro me stesso); questa sarà chiamata Donna, perché fu tratta dall’Uomo» (cfr.MD 6d); e conclude: «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e aderirà alla sua donna, e diverranno, i due, una sola carne» (Gn 2,23-24). Qui la Donna è la prima ma insieme il prototipo e la sintesi di quanto nell’umanità è donna. Lo comporta l’indole specifica della Genesi, dove ogni realtà che appare per la prima volta è pensata come originaria e originante, come se stessa e come segno premonitore di quanto la continuerà. Come l’Uomo è il capostipite, non disgiunto dalla sua discendenza, così la Donna è precorritrice di quanto di femminile verrà dopo di lei. Come persona sarà chiamata hawwah “donatrice di vita”, Eva, con il nome (Gn 3,20 e 4,1) che l’Uomo le imporrà in segno dei rapporti reciproci ormai compromessi dal peccato.

La Donna è quindi la progenitrice universale, aiuto alla pari da Dio dato all’Uomo, sposa e madre. Tentata diviene tentatrice, ma resta la depositaria del dono della vita.

Madre insieme di Caino e di Abele, e poi di Set, di una discendenza lacerata dal peccato, è però garante, con la trasmissione della vita, della perennità della lotta dell’umanità, contro il Serpente insidiatore (Gn 3,15), fino a Colui che sarà definito “nato da donna”(Gal 4,4).

Giovanni Paolo II, mercoledì 12 settembre1979, iniziava, durante la tradizionale udienza generale, una sistematica e vigorosa lettura dei primi tre capitoli della Genesi, un testo classico per la teologia ebraica e cristiana di tutti i tempi. In essi, dichiarava il Papa, “troviamo in nucleo quasi tutti gli elementi dell’analisi dell’uomo ai quali è sensibile l’antropologia filosofica contemporanea”.

Giovanni Paolo II ha riproposto sia pure a livello pastorale ed esistenziale, un’acquisizione fondamentale dell’esegesi moderna: al centro dell’apparente narrazione storica Jahvista e Sacerdotale non c’è tanto una vicenda vissuta solo da un individuo remoto ma c’è la nostra storia, essendo il protagonista del testo ebraico ha-‘Adam, cioè l’umanità per eccellenza, come si sottolinea in una nota del primo discorso pontificio. Il Papa afferma “ il livello del racconto è soprattutto di carattere teologico e nasconde in sé una potente carica metafisica”. Il testo, perciò, più che una cosmologia destinata a formulare una risposta all’ipotetica domanda: Che cosa è successo alle origini del cosmo e dell’uomo?, è proteso a rispondere a quest’altra domanda: Che senso ha l’uomo, l’umanità, nel cosmo?. “L’uomo”, continua il Papa, “nonostante alcune espressioni particolareggiate e plastiche, è definito prima di tutto nella dimensione dell’essere e dell’esistere”[2].

Studiando infatti a fondo queste pagine diviene chiaro che, al di là della patina esteriore legata all’espressione letteraria, queste pagine contengono una sintesi teologica in risposta agli interrogativi radicali che sfidano da sempre l’esistenza umana, e si rivelano, al dire di G. von Rad, un tesoro di «antichissima sapienza sacrale, trasmesso con gelosa accuratezza lungo molte generazioni, continuamente ripetuto, ripensato, imparato, approfondito e precisato con estrema diligenza e somma stringatezza».[3]

L’affermazione di Dio creatore, base prima della religione e della dottrina biblica, e perciò dell’identità e dignità della donna, per la sua posizione e funzione nell’economia della rivelazione, cioè per la sua priorità ontologica e dottrinale, ma anche psicologica e logica, è enunciata con laconica e scoperta evidenza al punto assoluto di partenza del corpo biblico:«In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn1,1). L’essere creatura di Dio, cioè la dipendenza integrale da lui, è il primo di tre aspetti costitutivi della realtà e della dignità del genere umano e di ogni suo membro, secondo l’antropologia biblica fondamentale, e coinvolge gli altri due. Vale la pena riportare il testo biblico integrale.

«E Dio disse :”Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “ Siate fecondi e moltiplicatevi,riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”.  Poi Dio disse: “ Ecco io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero su cui è frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche , a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne . Dio vide quanto aveva fatto : ed ecco, era cosa molto buona”. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. (Gn 1,26-31)

 Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino”(Gn 2,4b. 16)».

I tre aspetti in questione, secondo i testi biblici appena citati, sono:

a) l’uomo creatura di Dio che accomuna l’uomo a tutto quanto è creato;

b) l’uomo immagine di Dio: è questo un aspetto specifico che distingue l’uomo da tutto il resto. Papa Giovanni Paolo II nella lettera Apostolica Mulieris Dignitatem afferma:”Ogni singolo uomo, infatti, è ad immagine di Dio in quanto creatura razionale e libera capace di conoscerlo e di amarlo. Leggiamo, inoltre, che l’uomo non può esistere «solo» (cfr. Gen 2,18); può esistere soltanto come «unità dei due», e dunque in relazione ad un’altra persona umana. Si tratta di una relazione reciproca: dell’uomo verso la donna e della donna verso l’uomo. Essere persona ad immagine e somiglianza di Dio comporta, quindi, anche un esistere in relazione, in rapporto all’altro “io”. Ciò prelude alla definitiva autorivelazione di Dio uno e trino: unità vivente nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.[4]

Il Papa ancora afferma che la dignità dell’uomo e della donna deriva dal fatto che, quando Dio creò l’uomo, «a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Sia l’uomo che la donna sono creati ad immagine di Dio, dotati cioè d’intelligenza e di volontà e, conseguentemente, di libertà. Lo dimostra il racconto relativo al peccato dei progenitori (Gen 3). Il Salmista canta così la dignità incomparabile dell’uomo: « Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Sal 8, 6-7). [5]

Creando l’uomo maschio e femmina, Dio dona la dignità personale in eguale modo all’uomo e alla donna, arricchendoli dei diritti inalienabili e delle responsabilità che sono proprie della persona umana[6]. E ancora: «L’essere persona significa tendere alla realizzazione di sé ( il testo conciliare parla del ritrovarsi), che non può compiersi se non “mediante un dono sincero di sé”. Modello di tale interpretazione della persona è Dio stesso come Trinità, come comunione di Persone. Dire che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di questo Dio vuol dire anche che l’uomo è chiamato ad esistere “per” gli altri, a diventare un dono».[7]

c) l’uomo è unico tra tutti gli esseri del cosmo ad essere interlocutore di Dio. Questo terzo aspetto è ben esplicitato ancora nella lettera apostolica Mulieris Dignitatem:« vi è una misteriosa affinità dell’uomo con Dio e di Dio con l’uomo .L’uomo è “simile” a Dio: creato a sua immagine e somiglianza. E allora anche Dio è in qualche misura “simile” all’uomo, e , proprio in base a questa somiglianza, egli può essere conosciuto dagli uomini. Allo stesso tempo il linguaggio della Bibbia è sufficientemente preciso per segnare i limiti della “somiglianza”, i limiti dell’”analogia”. Infatti, la rivelazione biblica afferma che, se è vera la “somiglianza” dell’uomo con Dio, è ancor più essenzialmente vera la “non-somiglianza”[8]che separa dal Creatore tutta la creazione»[9] .

Un ulteriore contributo a questo aspetto lo troviamo nella Costituzione Conciliare Gaudium et Spes al numero 24 dove si afferma che «l’uomo in terra è la sola creatura che Dio abbia voluta per se stessa»; e alla luce di ciò possiamo comprendere il perché della ricerca instancabile dell’uomo da parte di Dio, che è la chiave di tutta l’opera della salvezza.

Alla luce di questi tre aspetti e in forza di essi possiamo dire che l’uomo è vera persona.

Papa Giovanni Paolo II si dilunga, specie nella prima metà della Lettera, ritornandovi poi sino alla fine, sulla condizione creaturale e personale dell’essere umano, la sua condivisione paritaria da parte di ciascun essere umano maschile o femminile, il necessario ed esclusivo vincolo di ogni concreta persona o con la mascolinità o con la femminilità, il fatto che solo in uno di questi due modi, alternativi e complementari, può realizzarsi nel mondo umano l’essere immagine di Dio ed entità personale. Tutto il suo discorso pertanto si regge su due pilastri: la condizione creaturale della donna, e il riferimento privilegiato alla Madre di Cristo. Così il tema teologico e biblico della donna è saldamente ancorato all’apporto specifico tanto dell’AT quanto del NT. Nella Bibbia come nella Lettera, il ponte tra i due Testamenti è dato dal nome stesso “donna” che appare nel Protovangelo, in Giovanni e in Paolo[10].

E’ interessante a questo punto aggiungere un contributo di Maria Teresa Porcile Santiso che sempre alla luce dei primi capitoli della Genesi ne fa emergere la specificità femminile. Per quanto riguarda Genesi 2 e 3 ella afferma:

«La specificità emerge nello stare “di fronte” all’uomo(mutualità), il quale riceve nella donna ”l’aiuto simile”(alterità) per la sua esistenza. La donna non è plasmata bensì “costruita” con la stessa sostanza del corpo dell’uomo (Gen.2,22). Con lei ha inizio la comunicazione: appare la parola; pertanto, è l’essere che rende possibile la comunità. La donna diventa polo di attrazione; l’uomo si muove verso di lei(Gen. 2,24).»

Ella, riferendosi poi a Gen. 1,27 dice che nel primo capitolo il procedimento di creazione è lo stesso per l’uomo e per la donna, così come il modo di esistere e la vocazione di fronte alla creazione. Incontriamo cinque imperativi comuni, al plurale nel versetto 28. L’identità è la stessa:”immagine di Dio”; però questa immagine si riflette in due modi differenti benché congiunti: maschile e femminile. Questi modi, che sono categorie biologiche dell’essere, passano anche attraverso un’esistenza differenziata inerente al corpo. Propriamente parlando, in Gen.1 l’unica differenza dalla quale si può inferire la specificità si presenta a livello fisico: è la differenza biologica. Non c’è alcuna distinzione né riguardo all’essere profondo né riguardo al compito nel mondo. Riassumendo, possiamo dire che tanto in Gen. 1 come in Gen. 2 ciò che differenzia la donna è la corporeità.[11]

Da quanto è emerso penso si possa quindi affermare la grande dignità della donna la quale si esprime in un corpo dotato di una sua specificità.

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[1] LOSS M.N., Il tema biblico della donna e del matrimonio orizzonte della lettera apostolica “Mulieris Dignitatem” in AA. VV., Essere donna, Studi sulla lettera apostolica Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II, LDC,Torino, 1989

[2] GIOVANNI PAOLO II, Nel primo racconto della creazione l’oggettiva definizione dell’uomo,in L’Osservatore Romano, 14/9/1979,annata 119 fascic.210 .1 2.

[3] RAD G.VON, Das erste Buch Mose, Kap.1-12,9 Vandenhoeck &Ruprecht, Goettingen 1952,.50.

[4] GIOVANNI PAOLO II,Lettera apostolica Mulieris Dignitatem (15 agosto 1988),n7a.

[5] Cfr.GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Africa,circa la Chiesa in Africa e la sua missione evangelizzatrice, 14 settembre 1995.

[6] Cfr.GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica postsinodale Familiaris Consortio sui compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo,( 7 dicembre 1965).

[7] GIOVANNI PAOLO II,Lettera apostolica Mulieris Dignitatem n 7g.

[8] Cfr.Nm 23,19; Os 11,9; Is 40,18; 46,5

[9] GIOVANNI PAOLO II,Lettera apostolica Mulieris Dignitatem n 8a.

[10] GIOVANNI PAOLO II,Lettera apostolica Mulieris Dignitatem n 2a. 3.

[11] PORCILE SANTISO M.T.,La donna spazio di salvezza,EDB,Bologna 1994 202-203.

Antropologia biblica: Alcune figure femminili dell’Antico Testamento

Questa tappa ci permette di festeggiare la donna con l’aggancio ad alcune figure dell’Antico Testamento e con Maria di Nazaret, nel Nuovo Testamento.

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SARA: dopo Eva, spicca per prima Sara, la madre d’Israele. Il racconto biblico la descrive come il primo essere che dà priorità alla vita dell’altro sulla propria, che rifiuta di vivere, se l’altro deve morire ….

E’ interessante considerare come Dio voglia che l’uomo e la donna siano insieme collaboratori nel disegno divino, in quanto sono una cosa sola fra loro …

REBECCA: donna contemplata prima come vergine poi come sposa ed infine come madre, ella realizza nel modo più pieno i tre stati della donna …

In lei emerge il ruolo di donna come colei che assume una posizione fondamentale nel compimento del bene.

LIA e RACHELE: Rachele si inserisce in una grande stirpe la cui identità si caratterizza per la cura del prossimo.

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La figura femminile del Nuovo Testamento

Maria di Nazaret

In Maria convergono linee salvifiche davvero rilevanti!!!

San Paolo, il più antico e sicuro testimone della tradizione cristiana, ricorda a tutti che Gesù è nato da donna.

Marco, Matteo, Luca e Giovanni : dai vangeli emerge l’umanità, la sensibilità femminile,lo spessore teologale della Madre di Gesù.

Maria è una donna vera che sa riflettere e parlare, ascoltare e prendere l’iniziativa, essere sollecita alle esigenze altrui.

Maria è presente nei momenti costitutivi del mistero cristiano.

Il Magistero della Chiesa, che non è superire alla Parola di Dio ma la serve, ci porta a comprendere bene la funzione salvifica di Maria.

L’essere donna, quindi, ha modelli splendenti e sicuri.

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Antropologia psicologica:

1 Psicologia della donna: alcuni criteri base.

2 Ciò che è tipico della personalità della donna.

3 Modalità femminili di essere nel mondo

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Questa tappa ci permette di chiederci quali siano le caratteristiche psicologiche che concorrono ad evidenziare la realtà della donna?

Prima di tutto è necessario inserirci in quelle che sono le caratteristiche della specificità umana ossia coscienza e libertà e, come dicevamo, accostarci ad una visione antropologica che collochi la persona nella sua dignità di essere ad immagine di Dio. Su questa piattaforma, la donna è un essere capace di amore verso il prossimo e verso Dio. Anche il limite e quindi la vulnerabilità fanno parte intrinseca della sua natura.

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Ci chiediamo: che cosa è tipico della personalità della donna?

E’ affascinante poter riflettere se è il ruolo di madre a racchiudere tutto ciò che è tipico dell’essere donna … Un’altra autrice individua il corpo come caratteristica fondante. Lo spazio, la vita, il nutrimento sono elementi inscritti nella fisicità della donna. Questi poi sono vissuti a tre livelli diversi: psico-fisiologico, psico-sociale e spirituale–razionale. Che ricchezza di dono ….! E’ estremamente interessante prendere in esame le modalità femminili di essere nel mondo a partire dal livello psico-sociale per poi considerarle a livello spirituale razionale. SAREBBE TANTO BELLO APPROFONDIRE TALI DIMENSIONI sia leggendo ma anche condividendo esperienze che abbracciano la dimensione dello spazio, della vita, del nutrimento a livello sociale e più ancora a livello spirituale razionale … per comprendere quanto sia importante, che questa specificità che realizza l’ESSERE DONNA, non venga meno. Stiamo facendo poco, per far sì che ogni donna possa essere concretamente realizzata nel suo essere insostituibile.

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Il Testo integrale è presente nel libro: pagine 52-64

Essere donne “COME CRISTO”: ovvero uno stile di vita: consacrata

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1 Quale identità per la donna consacrata in una situazione di cambia-mento culturale?.
2 RECIPROCITA’: un nuovo modello di vita consacrata?.
3 Motivi per la consacrazione
4 Modelli di femminilità

Questa tappa la vogliamo vivere insieme alla luce meravigliosa della Pasqua con Gesù RISORTO
Quale stile di vita ci apre le porte della quotidianità se non uno stile di vita consacrata che sappia tracciare una traiettoria dalla terra al cielo.

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Ci chiediamo: quale identità per la donna consacrata in una situazione di cambiamento?
Il saper guardare in profondità e lontano, saper progettare… saper affron-tare situazioni estremamente complesse e delicate la cui via di soluzione richiede che entrino in campo tutte le risorse a disposizione e non ultima quella spirituale..
Reciprocità, sponsalità, prossimità, valori inestimabili che possono, se vissuti, divenire strategie di serena e feconda vita relazionale e cristiana.
E poi, quali possono essere i motivi autentici per la consacrazione? Non certo la fuga da varie situazioni o realtà ma il desiderio profondo di vita veramente autentica e vissuta nella sua significatività piena.
Per concludere ci possiamo chiedere: quale modello di femminilità?
Forse la donna-madre; forse la donna-figlia; forse la donna prigioniera del mondo maschile; forse la donna matura?
Con l’augurio di una serena Pasqua nella unione forte e vera con Gesù, ci diamo appuntamento alla prossima tappa. Grazie per l’attenzione!

Testo integrale Presente nel libro pagine 65-78

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Essere donne “CONSISTENTI e SOLIDE”: I CONTENUTI DELLA VITA CONSACRATA:

1 I voti.
2 La vita comunitaria.
3 La preghiera al femminile
4 La dimensione ascetica

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Questa tappa ci invita a considerare la bellezza di ingredienti che possono rendere,l’essere donna, felice e consistente.

La vita nel suo susseguirsi deve avere, come strategie, dei contenuti che permettano di attingere direttamente alla fonte a cui rigenerarsi costantemente.

E’ in questo senso che i voti di castità, povertà e obbedienza sono concretezze di vita che ci legano a Dio.

Alcuni elementi di ascesi, come pure la preghiera, sono il nutrimento per garantire solidità e serenità.

La vita Comunitaria, nei quotidiani impegni di vita, dà la consistenza e il calore della comunione e della solidarietà.

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Ci chiediamo: quale contributo può offrire tutto questo alla nostra vita così frenetica?

 Facile! Molto spesso per risolvere i problemi matematici è sufficiente applicare qualche regola. Anche nella vita, spesso, le regole, come pure la preghiera e la dimensione ascetica hanno la capacità di appagare e rasserenare il nostro mondo interiore. C’è bisogno, nella nostra vita così complessa, di riferimenti utili, chiari. Grazie per l’attenzione!

Testo integrale Presente nel libro pagine 79-92

ESSERE DONNA CONSACRATA MARIANISTA
Essere donne consacrate che in alleanza con Maria generano vita:

I FONDATORI DELLA FAMIGLIA MARIANISTA; MARIA SOTTO LA CROCE;
IL “VOLTO MARIANO” DELLA CHIESA; LA MEDIAZIONE DI MARIA

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Oggi 26 aprile ricorre la 52 ma Giornata di Preghiera per le vocazioni il cui tema è
“VOCAZIONI E SANTITA’”
Toccati dalla Bellezza.
Esso esprime la forza e la bellezza della relazione con il Signore Gesù.
Questa relazione è anche ciò che ha spinto i Fondatori delle famiglie religiose a donare la propria esistenza guidati dalla fede in Gesù e Maria.
Così è stato anche per il Beato Guglielmo Giuseppe Chaminade e la Venerabile Madre Adele, fondatori della famiglia religiosa Marianista.
L’originalità del carisma sta nel vedere la consacrazione come alleanza suggellata dal voto di stabilità.
La conoscenza di Maria, di ciò che ha caratterizzato la sua esistenza terrena e del suo ruolo nella storia della salvezza sono elementi generanti per i fondatori e per tutti coloro che ancora oggi in varie parti del mondo operano in alleanza con Lei, la madre di Gesù. Ed è proprio sotto la croce che Gesù ci rivela la realtà di questo legame profondo con Maria.
Sarà bello approfondire i passi biblici e il loro commento per comprendere il grande dono di Maria per tutti noi.
La Chiesa vede in Maria il volto più bello. La sua mediazione è ordinata alla continua nascita di Cristo nel mondo. E’ Cristo infatti la fonte di ogni bellezza e del più grande amore.
Preghiamo quindi affinchè, come tante piccole luci che si accendono, si possa diffondere sempre più il grande amore che Gesù ha per noi.

Testo integrale presente nel libro pagine 93-142

Che cos’è un ATTO di CONSACRAZIONE?

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a3 E’ un’azione, un gesto, un atteggiamento che esprime il desiderio e l’intenzione della persona di rispondere all’amore di Dio

e di collaborare alla realizzazione del BENE.

Essere donna consacrata per prolungare la sua materna carità

E’ ancora il beato padre Guglielmo Giuseppe Chaminade che nella sua lettera ai predicatori sottolinea: «A ciascuno di noi la Santissima Vergine ha affidato il compito di lavorare alla salvezza dei nostri fratelli nel mondo».[1]

Inoltre c’è un atto di consacrazione, di alleanza con Maria,  che i membri della famiglia marianista pregano quotidianamente.

Il testo, formulato dal padre marianista Le Mire Noël è fedele alla dottrina cattolica, al carisma del Fondatore e alla tradizione viva.

Signore, Dio nostro, che per salvare tutti gli uomini e per condurli a te hai fatto nascere il tuo figlio diletto dalla Vergine Maria, concedici di essere da lei formati ad immagine del suo primogenito e rendici partecipi dell’amore di Cristo per sua Madre.

Tu che hai associato Maria al mistero del tuo Figlio perché divenisse la madre dei viventi, conferma la nostra alleanza con lei . La nostra consacrazione prolunghi sulla terra la sua materna carità e faccia crescere la Chiesa, Corpo del tuo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen 

Questo atto ha lo stesso stile della preghiera liturgica: si rivolge a Dio Padre e ne ricorda i benefici (Gv3,16; Ef 3,12; Gal 4,4).

Da questi benefici scaturisce la domanda di essere formati da lei ad immagine del suo primogenito (Rm 8,29; Lc2,7).

A questa domanda se ne aggiunge una seconda che riguarda l’atteggiamento dei figli verso la madre  e questa relazione è collegata intimamente a quella che unisce il Cristo a sua Madre:rendici partecipi dell’amore di Cristo per sua Madre.

Il secondo paragrafo ingloba la totalità di ciò che possiamo chiamare “il mistero di Maria”. In esso sono presenti due dimensioni: la prima riguarda la nostra formazione da parte di Maria alla conformità a Gesù Cristo;la seconda la nostra partecipazione alla missione apostolica di Maria. Fin dal 1817 , durante il ritiro, il padre Chaminade annunciava ai suoi figli questa forte sintesi e la presentava come alleanza per scelta reciproca di Dio, in Cristo, con gli uomini e i religiosi in particolare. In questa singolare alleanza si trovano tutti gli elementi di una alleanza perfetta: la scelta , il contratto, il sodalizio.[2]  Da parte di Maria tutti gli elementi di alleanza  è evidente che sono sempre osservati, ma da parte nostra nella concretezza di ogni giorno, senza dubbio non è la stessa cosa e così domandiamo costantemente a Dio di confermare in noi quello che ha voluto stabilirci, e ciò a cui noi ci siamo impegnati; il padre Chaminade dice che ci siamo impegnati a vivere l’amore filiale:  «Oh! Soprattutto noi ci siamo impegnati in questo ultimo effetto dell’amore filiale: l’assistenza e la benevolenza attiva ».[3] L’assistenza si riferisce alla sua azione materna verso tutti gli uomini e alla lotta contro il nemico il “drago” che furioso contro la Donna se ne è andato a combattere contro il resto dei suoi figli, quelli che obbediscono agli ordini di Dio e posseggono la testimonianza di Gesù (Ap. 12.17). Questo impegno, parte integrante della professione religiosa ,è reso ancora più esplicito attraverso il Voto di Stabilità.

L’ultima parte di questa preghiera raccoglie sia una domanda che un impegno nell’augurarsi che la consacrazione prolunghi sulla terra la sua materna carità. E’ la messa in opera concreta e quotidiana di una vita personale di carità verso Dio e verso il prossimo, vita di imitazione di Gesù Cristo, vita tendente alla perfezione, vita che partecipa alla missione cioè all’apostolato. Questa consacrazione deve comportare un tratto caratteristico deve essere  impregnata  della carità materna di Maria. La sua efficacia apostolica anche se nascosta e tutta interiore sarà la  crescita della Chiesa, Corpo di Gesù Cristo nostro Signore.[4]

Un’ esplicitazione ulteriore  forse più immediata ed incisiva ci viene da entrambi i fondatori.

Padre Chaminade nelle Costituzioni delle Figlie di Maria del 1839 così afferma:

«Il cuore di una Figlia di Maria deve dunque essere anche il cuore di una madre : cuore pieno di premure e di compassione per le miserie dell’umanità, specie per quelle che compromettono la salvezza delle anime , ossia l’ignoranza e il peccato. Ella dedicherà pertanto la sua vita a eliminare tali miserie, nella misura in cui le riuscirà di farlo con i mezzi che la Provvidenza stessa le fornirà».[5]

Madre Adèle de Batz  de Trenquelléon  nelle sue lettere[6] si esprime nel seguente modo : «Mia carissima sorella, il mio cuore di madre avverte vivamente la spada che deve aver trafitto il vostro! Entrate, mia cara sorella, in quello di Maria ai piedi della croce: vedetene l’amarezza che lo travolge e offrite i vostri sacrifici insieme al suo».[7]

E ancora: «Addio, mia carissima figlia. Ti abbraccio di cuore in quello del nostro divin Sposo e con tutto il cuore di una madre che ama le sue figlie in Gesù Cristo ».[8]

458.3 Mia cara sorella, quale grande compito è quello d’essere madre! Ma Dio non dà una figliolanza spirituale senza dare abbondante latte per nutrirla. A questo fine, però, prendiamo noi stesse un buon nutrimento attraverso l’orazione, il ritiro, l’unione con Dio. Il contenuto ricorre più volte anche se con espressioni simili[9] e non è irrilevante sottolineare il ricorso della fondatrice all’espressione “Essere madre”. In questa espressione come nelle altre sembra essere racchiuso il nucleo dell’identità di chi vuole partecipare alla fecondità spirituale. Tale fecondità diviene tale all’ombra della croce intesa come intima unione a Gesù Cristo, la fonte di vita per eccellenza. Il prolungare la materna carità porta con sé il tratto materno della Vergine Santa partecipato da ogni donna che ha compreso il senso profondo della generatività spirituale.

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Testo presente nel libro pagine 142-148

[1] CHAMINADE G. G., Lettera ai predicatori di ritiro, Bordeaux, 24 agosto 1839,in Lo Spirito delle origini. Antologia di testi fondamentali per la formazione all’identità marianista  a cura di p. Hakenewerth Quintin SM Roma 1995 p50 60

[2] CHAMINADE GUGLIELMO GIUSEPPE, Ritiro del 1817:5 meditazione,in Lo Spirito delle origini. Antologia di testi fondamentali per la formazione all’identità marianista  a cura di p. Hakenewerth Quintin SM Roma 1995 p101-103 .

1°. La scelta. Noi abbiamo scelto consapevolmente Maria, e abbiamo voluto sceglierla come madre. Ma siamo altrettanto sicuri che da parte sua anche Maria abbia voluto scegliere proprio noi, per costituirci in sua famiglia speciale? Ebbene, possiamo esserne certi! Noi non avremmo scelto Maria se ella non ci avesse scelti per prima. Se siamo arrivati fino a questo punto, non è per nostro merito, ma per un misterioso disegno della Provvidenza, la quale ci ha guidati nelle nostre scelte operative, ha fatto scattare in noi, per lo più a nostra insaputa, determinate molle, ci ha ispirato il fiducioso desiderio di sceglierci  per Madre la Regina del mondo. Non abbiamo dubbi di sorta : si tratta di un’operazione della grazia di Dio, grazia che, come ogni altra, ci è venuta  da Maria. Ella infatti è il canale attraverso il quale giungono a noi tutte le grazie  che Dio si compiace di concederci. Dal suo amore per noi sono partite le grazie che ci hanno attirato nel suo grembo materno. Pertanto siamo stati scelti da Maria , siamo stati chiamati da lei.

2°. Il contratto. A che cosa ci siamo impegnati? A onorarla con tutte le forze, a diffonderne il culto e a suscitare per ogni dove la fiducia e la devozione verso di lei. Non temiamo che ciò possa tornare a detrimento della gloria di Dio e provocare la sua santa gelosia. Gesù ama teneramente sua Madre, e noi non potremmo fare cosa alui più gradita di quella di amarla e di onorarla allo stesso modo. Da parte sua Maria si è impegnata a proteggerci, a esaudirci, ad amarci teneramente, come una madre ama i suoi figli prediletti.

3°. Il sodalizio. Se Maria per l’offerta che le facciamo di noi stessi, si impossessa  del nostro cuore e di tutte le nostre facoltà, a sua volta ci rende partecipi della sua tenerezza, dei suoi meriti e del suo potere . Pertanto acquisiamo su di lei una sorta di diritto ad ottenere, per noi e per gli altri, tutto ciò che le chiederemo, purchè rientri nell’ordine della sapienza e della bontà di Dio.

[3] EM 2 n° 752

[4] LE MIRE NOĚL, Acte de consecration a la très sainte Vierge Marie,Circulaire n.15, p.2 del 2-2-1968 Agmar RSM 73.

[5] EM 2 n°610

[6] Le uniche fonti scritte della venerabile Adele de Batz de Trenquelléon sono una serie di lettere raccolte in due volumi e conservate negli archivi generali FMI Agfmi 3A2

[7] LET.349 2

[8] LET.468.6

[9] Carità di Maria: 128,5 Imitiamo, cara amica, la carità della nostra divina Madre e, sul suo esempio, rendiamo volentieri ai nostri fratelli i servizi a noi possibili per il corpo e per l’anima. Il Beneamato considera fatto a se stesso ciò che facciamo ai nostri fratelli: potente motivo per eccitare la nostra carità.

329,4[]stiamo spesso  nel seno di Maria con il celeste Bambino[…]

Amore materno: 449.2 E’ l’amore materno e il desiderio di consolare le mie figlie che detta questa mia lettera…;

Cuore materno 349.2 Mia carissima sorella, il mio cuore di madre avverte vivamente la spada che deve aver trafitto il vostro! Entrate, mia cara sorella, in quello di Maria ai piedi della croce: vedetene l’amarezza che lo travolge e offrite i vostri sacrifici insieme al suo;

514.9 […] Vi saluto tutte, mie care figlie, con cuore materno;

558.7[…] Suor s. Sauveur eccelle nel suo lavoro: assume un cuore materno. Ne ha molta cura: tiene loro due conferenze ogni settimana.;

Madre spirituale 318.3; 346.6; 353.11; 403.1; 456.3; 458.3 Mia cara sorella, quale grande compito è quello d’essere madre! Ma Dio non dà una figliolanza spirituale senza dare abbondante latte per nutrirla. A questo fine, però, prendiamo noi stesse un buon nutrimento attraverso l’orazione, il ritiro, l’unione con Dio.         

460.5 Guadagnati la fiducia della gioventù: mostrati madre con tutti. E’ questa la prima cosa da fare. Ispira loro l’amore per Dio. Metti solide basi alla loro virtù e il resto verrà. San Francesco di Sales biasima coloro che riformano l’esteriore prima dell’interiore.[…]462.2;   

 474.4 Quale onore è per te, mia cara figliola, essere la nutrice delle spose dell’Agnello! Secondo la massima di s. Francesco di Sales, quanta provvista di latte devi fare per queste care giovani ! Conserva la tua anima in pace: nulla infatti più della agitazione prosciuga questo latte;

512.3 Avendo parlato abbastanza della mia debolezza personale, parliamo ora dell’Amato Bene! Riuscissimo a farlo amare da tutti i cuori! Riuscissimo a renderlo padrone di tutti i cuori! Lavoriamo alla sua gloria, facciamolo conoscere a questa gioventù della quale la Provvidenza ci rende madri spirituali! Facciamolo amare da questa gioventù dei cui cuori è tanto geloso! Nessun lavoro ci sia di peso per compiere questa grande opera!        548.3 Sì, mia cara figlia, il mio cuore ti augura , all’inizio di quest’anno, tutto ciò che il cuore di una madre può augurare a una figlia prediletta e amata nelle viscere di Gesù Cristo .   

684.8.9 E tu, cara madre? Sii in pace. Il Signore non dà mai dei figli a una madre senza darle anche il latte per nutrirli: abbi dunque fiducia. Ti darà tutto ciò che occorre per assicurare il nutrimento di queste care figlie. Sii sempre piena di coraggio nonostante le difficoltà in cui ci si imbatte! Imita nostra Signore  Gesù Cristo: sopporta ,attende, interviene; sta alla porta del cuore e bussa!

724.4 […]Madre s. Vincent è veramente adatta per la direzione: ha delle attenzioni e delle premure che ti meraviglierebbero. Si ha ragione di dire che le viscere di una madre si manifestano sempre: è tutta altra cosa quando una non lo è!

Materne sollecitudini 513. 2  Mia carissima figlia il mio cuore partecipa sincerissimamente alle tue materne sollecitudini[…]

Tenerezza materna 468.2 ; 492.9 Addio, mia carissima figlia. Tu conosci la mia materna tenerezza. I nostri cuori siano una sola cosa nel dolce Gesù!

567.8 Abbraccio tutte le nostre care figlie  e prego di voler credere alla mia materna tenerezza nel nostro Signore Gesù Cristo .

Amare maternamente 698.9 Saluti a tutte le care figlie che amo maternamente, come pure la loro superiora. Maternità338.4 L’avevamo conosciuta a Lompian durante le riunioni della nostra Piccola Società, tanto cara al mio cuore perché fu la primizia della mia maternità e il principio della mia felicità.[…] ;

464.2 Non è possibile essere madre, mia carissima figlia, senza provare i dolori della maternità: vedo che anche tu non ne sei dispensata! Comunque quale felicità se riusciamo a generare figlie per il cielo,delle spose per l’Agnello! Coraggio in tutte le contraddizioni;

466.2 Come soffre il mio cuore, mia carissima figlia, sapendo il tuo in pena, soprattutto in tal genere di pena!… La maternità porta con sé molti dolori. Pazienza! Diventiamo figlie d’orazione e troveremo in questo santo esercizio la nostra pace, la nostra forza, la nostra consolazione. Desidererei tanto che tu trovassi il momento per farne una mezz’ora in più delle altre, quando ti capitasse d’essere libera […];

530.7Coraggio mia buona madre. Il Signore vuole che tu sia una grande santa: ne sono fermamente convinta. Occorre però salire sul Calvario, attaccarsi sulla croce, esservi inchiodata, trafitta. La maternità ha i suoi dolori e la filiazione spirituale è dolorosa!; 586.3; 673.4;

ESSERE DONNA CONSACRATA MARIANISTA

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 Essere donne “EUCARISTICHE”:

1 Essere donna eucaristica (partecipazione alla maternità sacramentale).

2 Essere donna feconda nelle opere di Dio (partecipazione alla maternità spirituale).

Per una maternità spirituale a servizio dei giovani

4 Donna testimone della risurrezione. CONCLUSIONE

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Siamo giunti all’ultima tappa in questa solennità del Corpo e Sangue di Gesù.

Sarà affascinante approfondire come la donna può aprirsi ed accogliere e donare la vita soprannaturale.

A questa dimensione si collega la capacità di generare.

Estremamente interessante è il contributo di don Nico Dal Molin che ha tratteggiato in un suo articolo la figura di una VERA MADRE SPIRITUALE.

A tal proposito, oggi, abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo dove ogni persona non sia espropriata della sua vocazione, dove ogni uomo possa essere appagato nella consapevolezza del suo destino e missione della vita.

Ecco perché i giovani che si affacciano alle grandi scelte sono meritevoli di tutte le nostre possibili attenzioni

La donna che riconosce Gesù come maestro è invitata ad andare dai fratelli a portare l’annuncio di una vita dentro a vita, cioè la certezza di un legame profondo con la fonte della vita cioè la risurrezione conquistata da Gesù a caro prezzo.

A conclusione, quindi ,possiamo gioire del meraviglioso orizzonte che sta innanzi a tutti noi e fare di ogni frammento di vita un’occasione di lode e di grande opportunità positiva.

Ringrazio per l’attenzione sperando che tutto il percorso possa, in qualche aspetto, essere stato utile.

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Testo presente nel libro pagine 149-170

 

suor Eddi Nessi